“Ho cominciato a giocare a rugby a Scandicci, dove il mio principale punto di riferimento è stato Alberto Fantini, il mio allenatore. Quando ho cominciato a giocare mi sentivo un po’ inferiore rispetto agli altri, lui invece mi ha sempre sostenuto, portandomi a dare il massimo. Le cose che mi ha trasmesso sono rimaste ancora oggi dentro di me” – Carlo Bianchi
“Mauro Porcellini è stato il mio primo allenatore a Rozzano, mi ha fatto conoscere questo sport, mi ha insegnato dei valori fondamentali anche nella vita. Ancora oggi lo ritengo una persona importante, e anche se non ci sentiamo spesso tutto quello che mi ha insegnato me lo porterò dietro per sempre” – Tommaso Redondi
A volte un percorso può prendere strade diverse da quelle prestabilite. Le cose non sempre vanno dovrebbero, e proprio per questo avere un allenatore in grado di toccare le corde giuste e seguire i bambini e i ragazzi in questo difficile percorso di crescita è fondamentale. È successo a Carlo Antonio Bianchi, terza linea dell’Italia under 20 e dell’Unione Rugby Firenze, che come racconta Alberto Fantini – che lo ha avuto prima allo Scandicci Rugby, poi al Firenze Rugby 1931 fino all’Unione Rugby Firenze – “all’inizio non era convintissimo, magari metteva il broncio e dovevamo cercare di coinvolgerlo, e spesso ci riuscivamo”. È successo anche a Tommaso Redondi, seconda linea dell’Italia under 20 e del Verona, come racconta Mauro Porcellini, suo allenatore ai tempi del Chicken Rugby Rozzano: “A un certo punto voleva smettere, siamo andati letteralmente a prenderlo a casa”.
Quella di Fantini è una storia particolare, quella di un uomo che a sua volta ha scoperto il rugby più tardi, innamorandosene: “Il mio avvicinamento al rugby è stato particolare perché non ho mai giocato. Quando però ho portato mio figlio al primo allenamento mi sono innamorato di questo sport: ho iniziato ad aiutare gli allenatori più esperti e contemporaneamente facevo i corsi per diventare educatore nel minirugby. Negli anni in cui ho allenato Carlo lo Scandicci era nato da poco, eravamo agli inizi: in campo c’erano i nostri figli e pochi altri”.
Lo Scandicci, come racconta Fantini, ha avuto una nascita un po’ particolare: “Eravamo la sezione rugby dello Scandicci calcio 1908, un esperimento rivoluzionario in cui i ragazzi potevano praticare entrambi gli sport, poi negli anni le due discipline si sono separate. Andavamo ai giardini pubblici tutte le domeniche con una palla da rugby cercando di coinvolgere altri bambini, piano piano è nato il movimento: prima l’under 8, poi tutte le altre categorie, in un territorio dove il rugby non c’era nel giro di un paio d’anni siamo riusciti ad avere un centinaio di bambini”.
Tra i bambini coinvolti c’era proprio Carlo Antonio Bianchi, oggi terza linea dell’Italia under 20 e dell’Unione Rugby Firenze: “All’inizio Carlo era molto timido, quando l’ho preso in under 12 non era ancora convintissimo, a volte aveva il broncio: allora cercavamo di coinvolgerlo e spesso ci riuscivamo. Siamo riusciti a trattenerlo e poi è scattata la molla: è diventato un grande appassionato di rugby e si è migliorato giorno dopo giorno per anni. Magari, rispetto ad altri, Carlo non era un ‘predestinato’ del quale si vedevano subito i numeri: li ha tirati fuori crescendo, lavorando duro, e questo credo si un grande esempio di impegno, sia suo sia di tutti gli allenatori che lo hanno avuto. Credo che la svolta importante sia stata in under 14, quando per formare la squadra abbiamo collaborato col Firenze Rugby 1931: io feci da coordinatore di questo progetto fino poi a passare definitivamente a Firenze, e lui ha avuto la possibilità di giocare ai massimi livelli. Con Carlo ho fatto tutto il percorso fino all’under 18 con l’Unione Rugby Firenze, l’ho visto crescere ed è bellissimo vederlo oggi con la maglia azzurra”.
Anche Mauro Porcellini, allenatore e mentore di Tommaso Redondi, è arrivato al rugby senza averci giocato: “L’ho sempre seguito tramite amici che giocavano ai tempi dell’Amatori Milano o qui a Rozzano, quindi dai 14 anni in poi sono sempre stato vicino al mondo della palla ovale e sono sempre stato un tifoso appassionato. Poi, come spesso accade, nel 2010 ho portato mio figlio a giocare a rugby e contemporaneamente ho iniziato questa avventura da allenatore al Chicken Rugby Rozzano”. Si tratta di un club storico, nato nel 1954 da un’idea di Cesare Ghezzi, mediano di mischia e capitano della Nazionale negli anni ’30, e dopo oltre 70 anni continua a formare bambini e ragazzi nella zona sud di Milano, avendo tutte le squadre giovanili dalle prime mete all’under 18, una squadra seniores in Serie C e anche una squadra old.
“Tommaso l’ho incontrato per la prima volta in under 8” racconta Porcellini: “È stato un percorso strano perché l’ho sempre allenato un anno sì e uno no. Siccome lavoravo per cicli, ogni due anni salivo di età: lo allenavo un anno in under 8, poi io salivo in under 10 e l’anno dopo lo ritrovavo lì, e così via. Com’era da piccolo? Un pulcino, uno scricciolo (ride, ndr) ma già si vedeva nei suoi occhi quel piacere incredibile nel prendere la palla e correre. E poi mi è piaciuto fin da subito il suo modo di comportarsi, qualsiasi cosa si facesse – anche i semplici ‘giochi’ propedeutici al rugby per prepararsi al contatto, all’andare a terra, a rotolare – lui si divertiva. Non è così scontato, ci sono bambini ai quali è difficile anche solo far fare una capriola, lui invece faceva tutto con naturalezza e col sorriso”.
Il percorso di Tommaso Redondi, però, non è sempre stato lineare: “A 14 anni voleva smettere – racconta Porcellini – e aveva proprio abbandonato non solo il rugby ma lo sport in generale. Sono andato letteralmente a prenderlo a casa, credo che il padre ancora mi ringrazi per questo: gli chiesi se voleva smettere per dedicarsi di più allo studio, e quando mi rispose ‘no, nemmeno la scuola’ capii che dovevo riportarlo al campo. E da quando è tornato in campo non ne è più uscito”.
Come racconta Porcellini, coinvolgere i ragazzi – anche inserendo attività particolari – è fondamentale: “Ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare il mondo del karate, e quindi spesso portavo un’allenatrice al campo. Era importante sia dal punto di vista educativo, perché è uno sport che forma all’autocontrollo, sia propedeutico ad aspetti tecnici del rugby come i placcaggi. Poi per me alla base di tutto c’è sempre il divertimento: ho sempre cercato di instaurare un rapporto che prevedesse ovviamente il rispetto verso una figura più grande ma anche la sicurezza di avere davanti qualcuno di cui potersi fidare e con cui potersi aprire. A livello tecnico ho sempre posto grande attenzioni sulle basi, anche inserendo dei giochi propedeutici a quello. Inoltre, ho sempre lavorato più sulla parte atletica che sul potenziamento fisico ‘puro’, perché è importante che i ragazzi imparino a correre bene, dritti: sono cose importanti non solo nel gioco, ma anche per crescere in salute”.
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