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Le donne e il fischietto: un lungo cammino durato 40 anni

Arbitri News |

Domani la scozzese Hollie Davidson dirigerà l’incontro Irlanda–Italia. Si tratta della prima designazione di una donna alla direzione arbitrale di una gara del Sei Nazioni, un passaggio significativo nel percorso di sviluppo e progressiva inclusione del movimento femminile, frutto di un processo avviato nel tempo e consolidatosi attraverso diverse esperienze.

Le rivoluzioni sono spesso silenziose; altre volte sono figlie di gesti e decisioni apparentemente insignificanti, che si rivelano cruciali solo con il passare del tempo. Un po’ come accaduto in Italia, dove la storia delle donne con il fischietto in versione ovale inizia con un atto di ribellione e di sfida.

“Erano i primi anni ’80 e il movimento femminile non era nemmeno un’ipotesi – ci racconta Iolanda Baratto, giocatrice, allenatrice e tra le prime donne arbitro –. Le bambine e le ragazze giocavano sotto l’egida della UISP e le nostre partite erano arbitrate da persone di buona volontà. Un giorno, però, venne un vero arbitro di rugby, che fu squalificato proprio per aver ‘fischiato’ una partita tra donne”.

Nell’Italia della Milano da Bere, del secondo boom economico e a quarant’anni dalla prima volta delle donne alle urne, nonostante le rivoluzioni culturali degli anni ’60 e ’70, le contraddizioni del Belpaese erano molte. Non a caso il delitto d’onore fu abolito solo nel 1981 e anche nello sport i pregiudizi non mancavano. Per superarli, la speranza era affidarsi a persone dalla visione moderna e lungimirante.

E così a correre in soccorso delle ragazze che a Treviso volevano giocare a rugby fu Natalino Cadamuro: fondatore della Tarvisium, arbitro internazionale e figura autorevole del movimento. Proprio con il fischietto e le braghe corte, Cadamuro si presentò a una delle partite delle giovani pioniere del rugby femminile.

“Fu una provocazione – dice Baratto – dopo la squalifica del direttore di gara che ci aveva arbitrato, Cadamuro sfidò apertamente quella parte della federazione che faceva più resistenze. Altro non voleva che essere squalificato per sollevare un polverone. Non accadde”.

Una goccia nell’oceano che però spinse Iolanda Baratto ad avvicinarsi al mondo arbitrale. “Mi infortunai, avevo 22 anni. Cadamuro mi invitò a fare il corso nel 1986, ma ci fu un’altra delusione: mi fu proibito di sostenere l’esame finale. A quel punto Cadamuro si recò a Roma per chiedere spiegazioni: tornò vittorioso. Da lì a poco il Consiglio federale autorizzò la deroga e dalla stagione 1987/’88 iniziai ad arbitrare”.

Qualche mese prima, un po’ più a sud, un’altra donna superava diffidenze e preconcetti: Maria Teresa Fregola, studentessa dell’ISEF che nel tempo libero lavorava come educatrice nei centri estivi.

“È lì che conosco il mondo del rugby, grazie ad alcuni ragazzi del Cus Ferrara che venivano a insegnare questo sport ai bambini – ci racconta Maria Teresa Fregola – Mi appassiono e inizio a giocare, ad allenare e finisco anche per fare l’arbitro”.

Anche in questo caso furono decisive la lungimiranza e l’apertura mentale di Mario Spotti, all’epoca presidente del Comitato emiliano, e di Erio Salmi, che in regione guidava il settore arbitrale, per dare un’accelerata all’ingresso di una donna in un mondo, fino a quel momento, a trazione maschile.

“Andai a Orvieto, dove allora si tenevano i corsi per diventare arbitro. Il mio primo tesseramento come allieva è del settembre 1986 – ricorda Maria Teresa Fregola – e ricordo perfettamente la sera in cui mi fecero trovare la camera dove avrei dovuto dormire completamente smontata: un trattamento riservato a ogni “matricola”, dal quale non fui risparmiata. Lo ricordo con piacere perché ebbi la possibilità di capire che in quel gruppo c’ero entrata superando i pregiudizi: ero un arbitro, e prescindeva dal fatto che fossi una donna”