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Come si prepara una partita? Il lavoro atletico, tecnico e mentale di un arbitro: le risposte di Paolo Bonanno

Arbitri |

Vale per i giocatori, ma vale anche per gli arbitri: la partita si prepara – e forse si decide – molto prima di quegli 80 minuti. Il lavoro della settimana è ciò che permette a ogni arbitro di arrivare pronto al match, come racconta Paolo Bonanno, giovane arbitro di 20 anni di Catania, appartenente al settore arbitrale della Serie B. Nel suo percorso ha già diretto gare di Serie C, Under 18 nazionale, Under 16 e Under 14, e ha raccontato come si conciliano preparazione atletica, studio della partita e Università.

La preparazione atletica

Una delle priorità è chiaramente la preparazione atletica e il lavoro sulla condizione fisica: “Durante la settimana io almeno mi alleno quattro o cinque volte a settimana, a seconda del livello di fatica della partita della domenica. Capita che in alcune giornate, soprattutto nei campi più pesanti, le gambe ne risentano di più, e in quel caso faccio un giorno di riposo in più. Altrimenti mi alleno dal lunedì al venerdì, il sabato riposo e la domenica vado in campo. Generalmente c’è una prima parte di lavoro muscolare e una seconda di cardio, che forse è la più importante: si varia dal classico tapis roulant al rowing, tipico del crossfit. Principalmente mi alleno in palestra, ma almeno una volta alla settimana cerco di andare al campo in cui dovrò arbitrare per fare delle valutazioni. E poi è importante sfruttare tutte le occasioni che capitano: ho la fortuna di avere ottimi rapporti con tutte le squadre qui in Sicilia, quindi capita che mi chiedano di venire ad arbitrare qualche amichevole, e per noi arbitri è molto importante per poter lavorare con i giocatori in campo. Una cosa che consiglio soprattutto agli esordienti è quella di lavorare con persone più grandi, che hanno più esperienza. Personalmente ho lavorato tantissimo con il mio formatore, l’arbitro Danilo Parisi, che ha esordito da poco in Serie A Elite: seguire i suoi movimenti, stargli dietro proprio in campo, permette di emularlo, perché vederlo in video non è la stessa cosa. Devi capire da vicino cosa fa, perché si posiziona da una parte piuttosto che dall’altra, perché prende quella decisione. Il campo si deve tastare. Non possiamo solamente correre, correre, correre e poi arrivare in campo un po’ spiazzati. Però quelle sono cose che vengono sia con lo studio teorico, quindi dai video, sia con l’applicazione pratica, soprattutto grazie ai formatori, e sia dalla volontà nostra personale di allenarci il più possibile”.

Lo studio delle partite

Oltre all’allenamento, un ruolo centrale è occupato dalla preparazione tecnica. Come spiega Bonanno, la conoscenza delle squadre è fondamentale: “Quando arbitro nella mia regione le squadre ormai le conosco tutte, quindi è anche più facile prepararsi perché la parte di studio al video richiede meno tempo. Quando invece devo dirigere squadre che non ho mai arbitrato, soprattutto se lo so un po’ di tempo prima, la parte di studio può richiedere anche 4-5 giorni con una media di un paio d’ore al giorno. Si guardano le partite delle due squadre, il modo in cui giocano, le infrazioni che commettono più spesso, in modo da arrivare alla domenica preparati e lavorare sulla prevenzione fin dal briefing pre-partita. Ad esempio, se vedo che magari una squadra è più predisposta, in mischia avanzante, a far uscire l’otto piuttosto che fare una giocata con i tre quarti, io già so in anticipo, grazie allo studio, dove posizionarmi per non interferire nel gioco e avere la visuale migliore per intervenire all’evenienza”.

La differenza d’età

Uno degli aspetti più delicati per un arbitro così giovane è il confronto con giocatori molto più grandi ed esperti, come accaduto in Serie C: “Arbitrare in Serie C, dove ho esordito a 18 anni, è stato particolare: puoi trovarti ad arbitrare persone di 40 anni. Da questo punto di vista, inizialmente, non era facile imporre le proprie decisioni, ma dobbiamo farlo comunque: quando siamo in campo ci dobbiamo imporre, soprattutto nei campionati regionali in cui non abbiamo degli assistenti che magari possono confermare o ribaltare quello che noi abbiamo visto. Il fattore chiave è essere chiaro con i giocatori in campo, avere sempre in mano la partita e far capire ai giocatori di essere in controllo del match, questo lo percepiscono e li tranquillizza molto. Quindi, prima di tutto, per me è importante fare prevenzione. Perché se c’è un calcio e i giocatori, magari stanchi – perché comunque parliamo di un campionato amatoriale – dimenticano di dover tornare indietro rispetto a chi ha calciato la palla, facendo prevenzione, dicendo ‘numero due, torna indietro’ fai capire che sei ‘dentro’ la partita, e se anche dovessi fischiargli un fuorigioco alla fine, sarà consapevole del fatto che prima gliel’avevo segnalato, e quindi non si agiterà nel momento in cui gli assegno un calcio di punizione contro. La chiave secondo me è questa: chiarezza nella prevenzione, chiarezza dei segnali”.

Arbitraggio, studio e lavoro

Il rugby di base è fatto di passione, ma anche di tanti impegni al di fuori del rugby, che si tratti di studio o lavoro. Nel caso di Bonanno c’è l’Università, che deve convivere in qualche modo con il rugby: “È un aspetto su cui ho dovuto lavorare abbastanza. Sono all’inizio del secondo anno di una laurea triennale in Economia Aziendale. Il primo semestre dello scorso anno è stato un po’ difficile, perché ho fatto fatica a far convivere tutto, invece adesso ho trovato il mio equilibrio e sto andando bene anche in Università. Ho anche la fortuna di aver trovato una palestra molto ben fornita a 50 metri dalla mia Università, ed è un grande vantaggio. È importante costruirsi una routine: preparare la sera prima tutto il materiale, sia accademico e sportivo, per poter fare quelle 6-8 ore di lezione al giorno, mangiare un paio d’ore prima di andare in palestra, allenarsi, tornare a casa e rivedere gli appunti della giornata”.