Parigi, 13 novembre 2015. Una serata iniziata come tante altre: “Dove andiamo stasera?”
E’ venerdì, inizia il weekend. C’è chi va a cena, chi a teatro, chi semplicemente ha approfittato di fare un giro con la sua famiglia o con i suoi amici per le vie del centro. Ma, in questa situazione, c’è un maledetto “rovescio della medaglia”.
Già, perché oltre alle persone che sono uscite per una serata che sarebbe potuta essere “ordinaria”, ce ne sono altre che non hanno avuto la possibilità di rientrare a casa in seguito agli attentati terroristici che hanno colpiti la capitale francese.
Una giornata che Aristide Barraud, ex mediano di apertura di Mogliano e Lyons, ricorda benissimo e che ha avuto la fortuna di poter raccontare essendo uno dei sopravvissuti a quella notte che nessuno dimenticherà: “Da quel novembre 2015 la mia vita è totalmente cambiata. Nella sua organizzazione, nel quotidiano, nella logistica. Anche il legame che ho con il tempo non è più lo stesso. Ora sono un artista e sono molto più libero rispetto a un giocatore di rugby che per forza di cose dipende da un campionato, da un ritmo di squadra. Ora per me è molto più importante la qualità del lavoro e la somma dei progetti. In questa prima fase della mia nuova carriera ho poco spazio per il riposo. Ma lo reputo una fortuna: i miei progetti sono sempre impegnativi, ricchi di bellezza e mi danno una grande gioia”.
Classe 1989, trentasette anni il prossimo 17 marzo, Barraud nella sua nuova vita da artista cerca di portare quella visione fantasiosa e intraprendente che aveva in campo, senza dimenticare i suoi studi di “Storia, Tecniche ed Estetica del cinema” alla Sorbona di Parigi: “Vedo tutto quello che faccio adesso con gli occhi tipici del numero 10 cercando di dare sempre un ritmo preciso alle mie azioni. Quando scrivo, o quando sono il regista per un cortometraggio o quando immagino un progetto, ho questa visione molto più ampia mirata a come gestire le situazioni che ti portano energie positive e quelle meno positive. Capire come comunicare con la propria squadra, con i media, con le istituzioni per arrivare al massimo. Essere un artista, alla fine, secondo me si basa su una cosa fondamentale: quello di convincere il pubblico nel credere in quel progetto, in quella storia e in quell’opera che si va a proporre. Convincere anche i finanziatori di sostenere la creazione e il centro artistico/museo di accogliere il progetto che porta con se il mio modo di vedere il mondo. E’ qui che vedo un grande parallelismo con il numero 10 in un campo da rugby: il mediano di apertura deve convincere lo staff e la squadra di avere le capacità di guidare l’attacco nel piano di gioco. Oltre alle capacità sportive, ci vogliono altre skills come la fiducia, il body language, la comunicazione: è una somma di sfide che conosciamo da giovani e che ci accompagnano tutta la vita. Oggi vedo il rugby nei miei progetti: la voglia di creare squadra, di esplorare dei modi differenti di creare, di portare agli altri la mia fortuna di essere diventato artista, di avere una visione sempre più ampia”.
Nella sua carriera rugbistica Aristide Barraud ha avuto modo di incrociare due persone che ora – in ruoli diversi – fanno parte della Nazionale Italiana Maschile: Gonzalo Quesada, Commissario Tecnico dell’Italrugby e suo ex allenatore ai tempi dello Stade Francais, e Paolo Garbisi che per un breve periodo ha seguito a Mogliano contribuendo alla crescita dell’attuale numero 10 della Nazionale Maschile focalizzandosi soprattutto sul supporto sui calci piazzati quando Garbisi era in età adolescenziale.
Barraud, in uno dei suoi progetti nella nuova veste di artista, ha voluto raccontare Paolo Garbisi fuori dal campo di gioco in una intervista – pubblicata sul Magazine de L’Equipe – realizzata in una visita nelle meravigliose, storiche, stanze di Palazzo Farnese a Roma prima di Italia-Scozia: “Ho conosciuto Paolo a Mogliano. Ci siamo allenati insieme principalmente sui calci piazzati. Lo vedevo giocare e mi ricordo di aver capito subito che poteva diventare un grande numero 10 che sarebbe stato di grande aiuto per la nazionale. Nel giocatore favoloso che è diventato, vedo molto chiaro il suo talento e ancora dei margini di crescita. Sono stato spesso ridondante – come forse nel racconto presente nel servizio per l’Equipe Magazine – perchè vorrei che il mondo lo vedesse come lo vedo io: uno dei migliori di questo sport. Manca poco per arrivare all’età perfetta per la maturazione definitiva. Sono sicuro che i prossimi anni porteranno alla sua esplosione: non vedo l’ora di assistere a questa fase della sua carriera” ha sottolineato Barraud.
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