Al Modena Rugby 1965, la club house è quel posto dove le esperienze di campo, si fondono con la comunità del rugby, per far vivere il club oltre il momento sportivo. Un luogo dove generazioni diverse si incontrano e dove la passione per la palla ovale trova una dimensione collettiva: questo spirito affonda le radici in una storia lunga decenni.
Giovanni Malagoli, consigliere e veterano del club, ricorda bene quando una vera club house ancora non esisteva. «Sono nel Modena Rugby dal 1973, quando avevo dieci anni e giocavo negli Aquilotti. All’epoca non c’era una clubhouse vera e propria.»
Il club si trovava allora nel campo di via Gasparini, dove il rugby si viveva con mezzi semplici ma con grande spirito di comunità.
«La clubhouse la facevamo noi», racconta Malagoli. «Alla fine degli allenamenti o delle partite usavamo una stanza dietro gli spogliatoi come magazzino e poi tiravamo fuori tavoli e panche. Quando il tempo lo permetteva apparecchiavamo davanti agli spogliatoi. Era tutto molto semplice, quasi rurale, ma era bellissimo.»
Il salto arrivò quando il presidente storico Luciano Zanetti annunciò la costruzione di una vera club house sopra gli spogliatoi.
«Una domenica eravamo fuori come sempre a chiacchierare dopo la partita. A un certo punto sentiamo un fischio, si apre la finestra del primo piano e Zanetti urla: “Ragazzi, abbiamo la clubhouse! Potete salire, oggi si festeggia qui”. Quello è stato l’inizio.»
Da allora quello spazio è diventato il cuore sociale del club. Un luogo dove, come dice Malagoli, «se vuoi trovare qualcuno del Modena Rugby, vieni qui e lo trovi».
Ed è proprio qui che il rugby locale si collega a quello internazionale. Quando sugli schermi scorrono le partite del Sei Nazioni, la club house si riempie e la dimensione del club si unisce a quella della Nazionale.





Davanti alle partite della Nazionale italiana di rugby, dirigenti, giocatori, ex giocatori, genitori e ragazzi del settore giovanile si ritrovano nello stesso posto, trasformando la visione della partita in un vero rito collettivo.
Per Luca Venturelli, giocatore della prima squadra e allenatore dell’Under 18, è proprio questo il valore della club house.
«È il posto in cui si festeggiano le vittorie e dove ci si ritrova anche quando la domenica non è andata bene. Qui si parla con i compagni, con i tifosi, con tutte le persone che fanno parte del club.»
Uno dei suoi ricordi più forti è legato proprio a una partita della Nazionale.
«Ricordo l’ultima partita dei gironi del Mondiale 2007, Italia-Scozia. La club house non era ancora finita, era ancora in costruzione, ma avevamo montato un maxi schermo e ci siamo trovati tutti lì: dai ragazzini ai veterani. Prima l’emozione, poi purtroppo la delusione della sconfitta. Ma è uno dei primi ricordi che ho di questo posto pieno di persone.»
Momenti come questi trasformano la club house in qualcosa di più di un semplice spazio del club: diventano occasioni in cui il rugby si vive insieme, come comunità.
Lo sottolinea anche Cinzia Rosselli, accompagnatrice dell’Under 18 e mamma di un giocatore.
«Sono qui da quattordici anni. Mio figlio aveva quattro anni quando ha iniziato e la maglia gli faceva quasi da accappatoio», racconta sorridendo.
Nel tempo ha iniziato a dare una mano nell’organizzazione della squadra e ha visto crescere intere generazioni di ragazzi dentro e fuori dal campo.
«La club house è il cuore della società», spiega. «È lo spazio dove si condividono successi e difficoltà e dove si creano legami tra giocatori, allenatori, famiglie e appassionati.»
E quando gioca l’Italia, quel legame si allarga ancora di più.
«È un po’ come nell’antica Grecia: la nostra agorà», dice. «Il posto dove la comunità si ritrova prima e dopo le partite.»
In quei momenti il confine tra club e Nazionale si assottiglia: i più giovani guardano la partita accanto ai più grandi, si commentano le azioni, si rivivono le esperienze di campo e si trasmettono valori e storie.
È così che la club house diventa il ponte tra il rugby giocato ogni settimana e quello della maglia azzurra: un luogo dove la passione per il club incontra quella per l’Italia e dove ogni partita, soprattutto durante il Sei Nazioni, si trasforma in un rito condiviso.
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