Ad Aboyne, paese di poco meno di tremila abitanti a meno di cinquanta km da Aberdeen, in quella parte di entroterra scozzese posto di fronte al Mare del Nord, si conduce una vita serena. Quella tipica dei piccoli centri abitati: una vita che si adatta alle peculiarità del clima, ma che è scandita da pochi, semplici riti sociali condivisi e ripetuti. E così, ad Aboyne come in tutta la Scozia, i pub si riempiono di tifosi quando la nazionale scende in campo nel Sei Nazioni. Dai boschi vicini, dai casolari di campagna, dai palazzi nobili dell’austera Edimburgo e della Glasgow più industriale, dai quattro angoli di tutto il paese, migliaia di tifose e di tifosi si riuniscono in una cerimonia collettiva che torna a ripetersi ogni anno, tra febbraio e marzo.
Sabato 14 febbraio però, solo qualche manciata di ore prima che a Murrayfield Scozia e Inghilterra scendano in campo per giocarsi l’edizione numero 133 della Calcutta Cup, nei pub di Aboyne tutti faranno il tifo per una sola persona tra le oltre cinquantun mila che popoleranno l’Aviva Stadium di Dublino in occasione di Irlanda v Italia. Sì, perché in quell’occasione una figlia dell’Aberdeenshire, forse la più illustre a essere mai nata nella cittadina, scriverà la storia del rugby per l’ennesima volta.
Hollie Davidson è una pioniera per mille motivi: ha diretto due finali consecutive della Rugby World Cup Femminile e una finale di Challenge Cup Maschile, ma è stata anche la prima donna ad arbitrare una squadra Tier 1 in un test match internazionale – sempre l’Italia, contro il Portogallo nel 2022 – nonché il primo arbitro professionista in assoluto nella storia della Scottish Rugby Union. Ora diventerà anche la prima donna a dirigere una sfida di Guinness Men’s Six Nations, quando darà il fischio d’inizio alla sfida tra la squadra di coach Farrell e gli Azzurri.
E se è difficile provare a comprendere gli sforzi e il lavoro quotidiano di qualunque persona che arrivi a quel livello nello sport – anche come arbitro -, mettersi nei panni di Davidson è esercizio ancor più complesso.
Una carriera promettente da mediana di mischia, bruscamente interrotta nel 2012 per un grave infortunio a una spalla e, con questo, il sogno dell’esordio in nazionale maggiore che sfuma a un passo da quel cap blu con il cardo, simbolo di una storia secolare che si perpetua nelle gesta delle giocatrici e dei giocatori di oggi.
Eppure la fine non è la fine. Eppure quel dramma sportivo diventa la leva di un volo ascensionale a una velocità folle. I successi, le promozioni, i traguardi, le Coppe del Mondo, i Giochi Olimpici, il Sei Nazioni Femminile e, ora, quello Maschile. Seconda direttrice scozzese dopo Jim Fleming a ricevere, nel 2025, il titolo di arbitro dell’anno, Hollie Davidson è lanciata verso un nuovo punto luminoso in una carriera di tutto rispetto, da prima tra le prime.
Irlanda v Italia assume dunque un senso particolare non solo per i quarantasei giocatori in campo; non solo per gli staff tecnici, le tifose e i tifosi, gli sponsor, le tv e tutta una serie di nonne e nonni apprensivi che sono davanti allo schermo a fare il tifo per questo o quel giocatore.
Irlanda v Italia del 14 febbraio 2026 sarà indimenticabile anche per i meno di tremila abitanti di Aboyne, che dal pub esulteranno vedendo il fischietto tra le mani di Hollie Davidson, e pure per chi dovrà – e avrebbe dovuto farlo molti anni fa – aggiornare la pagina Wikipedia del paese a due passi da Aberdeen, creando finalmente una sezione “personaggi celebri” e inserendovi Hollie Davidson – Pioniera dell’arbitraggio nel rugby.
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