Anche l’Italia under 20 si avvicina all’esordio stagionale, previsto venerdì 6 febbraio a Monigo contro la Scozia. Il nuovo capitano degli Azzurrini sarà Riccardo Casarin, centro dell’Amatori Milano e dell’Accademia Ivan Francescato. Un onore ma anche una grande responsabilità, che l’azzurrino aveva già intuito negli ultimi tempi: “È stata una cosa graduale. Lavorando già in accademia con Andrea di Giandomenico e vedendoci tutti i giorni, un po’ me l’aveva fatto capire. Già in una partita di Coppa Italia mi aveva fatto fare il capitano, e poi mi chiedeva come andavano determinate dinamiche di squadra, quindi avevo già un po’ il ruolo di ‘tramite’ tra il gruppo e lo staff. Quando poi Andrea mi ha nominato capitano per il test con l’Irlanda avevo capito che avrei potuto svolgere questo ruolo anche durante il Sei Nazioni. È un onore e un privilegio, e voglio farlo al meglio”.
Com’è nata la passione per il rugby?
“È nata un po’ per caso e un po’ per passione familiare, visto che mio zio ha giocato e allenato e i miei cugini giocavano a rugby. Io però l’ho scoperto diversamente, a 7 anni, grazie a un’attività che facevano a Milano e si chiamava ‘Rugby nei parchi’. Un giorno ci sono andato, mi è piaciuto e ho deciso di continuare, e alla fine ho fatto tutto il percorso con l’Amatori Milano, da quando ho iniziato fino ad oggi”.
Qual è stato il tuo primo punto di riferimento rugbistico?
“Come per molti della mia generazione, Sergio Parisse. Alla fine quando ho ‘scoperto’ il rugby lui era all’apice della sua carriera, era il giocatore di riferimento per il rugby italiano, e quando ho iniziato è diventato subito il mio idolo. Poi crescendo è stato un’ispirazione anche dal punto di vista tecnico, perché comunque anche se sono un centro mi piace molto attaccare per linee dirette e cercare il contatto”
Qual è stato il momento in cui ti sei reso conto che questa passione poteva diventare anche qualcosa di più?
“Il primo momento in cui ho capito che stava diventando più di uno sport risale alle prime convocazioni per le selezioni regionali, e poi chiaramente quando sono entrato in Accademia. Da piccolo ovviamente un po’ lo speri, è il tuo sogno, ma quando sono entrato in Accademia e mi sono reso conto di quanto stavo migliorando sia dal punto di vista tecnico che fisico ho capito che potevo avere delle possibilità. E poi ovviamente c’è stato il Mondiale under 20, il mio esordio: ero molto teso perché prima di Italia-Nuova Zelanda non avevo mai giocato 80 minuti in Nazionale. Poi però quando sono entrato in campo è scomparso tutto, ho pensato solo a giocare e a dare il meglio”.
Com’è arrivata la chiamata in azzurro?
“Avevo già fatto il raduno per il Sei Nazioni under 20 dell’anno scorso, anche se poi non è arrivata la convocazione. Credo che quei mesi siano stati fondamentali per la mia crescita, perché ho giocato praticamente sempre tra juniores e prima squadra dell’Amatori Milano, e questo mi ha aiutato a progredire in fretta, e poi è arrivata la chiamata dell’Italia under 19 che è stata un altro importante passo avanti. Probabilmente in questi mesi sono riuscito a fare quel ‘salto’ che serviva per arrivare in Nazionale”.
L’Italia under 20 è sempre accompagnata da tante aspettative, per via dei risultati che ottiene ogni anno. Come si gestisce questa pressione e – da capitano – come si aiuta il gruppo a gestirla?
“Principalmente cerco di essere d’esempio e aiutare soprattutto chi è alle prime esperienze in Nazionale e magari non ha mai avuto tutte queste aspettative prima d’ora. Anche solo parlare in camera o dopo l’allenamento di quello che ci aspetta in campo aiuta a prepararsi alla pressione, perché giocare in stadi come Monigo o Lille davanti a tanti spettatori e davanti alle televisioni di tutta Europa chiaramente porta delle pressioni che dobbiamo essere bravi a gestire. Credo sia umano avere un po’ di pressione prima di eventi così importanti, ma la cosa fondamentale è poi trasformarla in energia positiva quando si va in campo. Ovviamente il rugby è uno sport di squadra e alla fine non c’è soltanto un capitano, ma un gruppo di leader che aiutano tutti: mi confronto molto ovviamente con Enoch e Malik, che sono i due vicecapitani, ma anche con Pietro Celi e Roberto Fasti che sono i numeri 10 e i leader tecnici del gruppo, e con Christian Brasili che è il leader della mischia ed è un po’ il nostro motivatore”.
Cosa cambierà dal punto di vista del gioco rispetto all’anno scorso e cosa ti aspetti dalla Scozia?
“Anche se le under 20 cambiano ogni anno, alla fine la Scozia è sempre una squadra che lascia tutto in campo e rende le partite difficili, è una loro caratteristica, e anche l’anno scorso è stato così, quindi sappiamo che non sarà una partita semplice. Dal nostro punto di vista, Andrea sta portando un gioco più destrutturato rispetto all’anno scorso: sfidiamo l’uomo più spesso e siamo più portati a provare la giocata, ma per contro dobbiamo stare molto attenti a non isolarci o sfilacciarci, perché è molto più facile che succeda se non facciamo attenzione. Ma anche in Accademia ci siamo resi conto che quando collettivamente facciamo le cose nel modo giusto vengono fuori delle azioni molto belle”.
Vi siete posti un obiettivo?
“In termini di risultati no. Chiaramente vogliamo sempre fare meglio e l’obiettivo principale è essere in qualche modo la migliore under 20 possibile: provare a fare di più, migliorarsi sempre di anno in anno. Noi cerchiamo di portare in campo quello che facciamo in allenamento, e se le cose vengono come devono venire sappiamo di avere la possibilità di giocarcela con tutti”.
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