La Club House dell’Artena Rugby Red Blu ASD non è uno spazio definito da muri o coordinate precise, ma un’idea che prende forma ogni volta che il club diventa luogo di incontro, servizio e condivisione. Un modello di socialità che il 5 gennaio 2026 ha trovato una delle sue espressioni più significative nella cena organizzata presso il Museo del Rugby, a margine del raduno romano della Nazionale Femminile e della Nazionale Femminile Under 21. Un’iniziativa che rientra a pieno titolo nelle attività della Club House, da sempre mobile e flessibile, e che contribuisce in maniera sostanziale anche al sostentamento del Museo stesso, trasformato per l’occasione in uno spazio di accoglienza e convivialità, immerso nella memoria e nella cultura del rugby.
Per chi vive quotidianamente la società, la Club House è prima di tutto una casa. «Collaboro al progetto Club House dell’Artena Rugby Red Blu da otto anni», racconta Giulia Pironi: «Ho iniziato dopo una separazione, sono approdata alla società con i miei ragazzi. Ho conosciuto Corrado Mattoccia (Presidente del club) e tutto lo staff, praticamente è stata la mia rinascita: mi hanno fatto sentire subito a casa, una di loro nonostante fossi appena arrivata». Un senso di appartenenza che si riflette anche nell’esperienza dei figli: «I miei figli, quando vanno al campo o al Museo, sanno di stare a casa, si trovano bene. Anche nei momenti di crisi, dove si va? Andiamo al campo a ricaricarci, a giocare, a sfogarci, a ritrovare le persone con cui stiamo bene». Dal 2019 i ragazzi praticano rugby – attualmente nelle categorie Under 14, Under 12 e Under 10 – inseriti in una realtà che vive grazie alla partecipazione attiva delle famiglie. «Quando ci sono degli eventi siamo sempre i primi ad arrivare e gli ultimi ad andarcene, perché ci piace stare insieme», spiega Giulia, che al club ricopre un ruolo trasversale: «Sono un po’ una tuttofare: mi occupo di lavare i piatti, pulire gli spogliatoi, servire a tavola, preparare le maglie quando è ora di consegnarle, compilare la lista gara. La nostra associazione si basa su di noi, quindi sui genitori che danno la propria disponibilità, in base a quello che sanno fare». Con una nota di leggerezza che restituisce il clima che si respira: «Cosa mi piace fare? Stappare le bottiglie».
All’interno di questo sistema, la cucina rappresenta uno degli elementi centrali della vita del club. Ubaldo Mattozzi collabora con l’Artena Rugby Red Blu dagli albori della società, e ha attraversato diverse fasi della sua storia. «Io e parte delle persone che collaborano con il club ci conosciamo da circa quarant’anni», racconta. «Ho fatto un po’ di tutto: ho costruito i tavoli dove stiamo mangiando, ad esempio. Sono un falegname, ma la mia specialità è la cucina, di cui mi occupo quasi da sempre». Un percorso iniziato proprio con il terzo tempo: «Ero entrato nel gruppo per quello, l’organizzazione del terzo tempo». Nel 2014 nasce l’idea della “cucina mobile”: «Io andavo in giro cucinando con il mio furgone e ci fermavamo ai campi per seguire la nostra squadra; con il tempo, il furgone si è trasformato in un container, è diventato sempre più attrezzato e possiamo continuare a seguire la squadra quando gioca in trasferta». Da qui il passaggio al Museo del Rugby: «In un secondo momento abbiamo immaginato di trasferire il servizio che offrivamo nella club house al Museo del Rugby, per garantire il sostentamento della struttura. All’interno delle stanze del Museo, che è aperto a tutte le persone che desiderino pranzarvi o cenare, abbiamo inserito tavoli e panche: un’immersione nella tradizione del rugby e una possibilità per sponsorizzare e garantire il sostentamento del luogo». Un’esperienza arricchita anche dall’aspetto culturale: «Garantiamo anche delle visite guidate gratuite, per chiunque lo desideri». La filosofia resta invariata: «Selezioniamo solo prodotti locali, cuciniamo come se lo facessimo per noi, appoggiandoci a chi lavora sul territorio per scegliere verdure, formaggio e carne». Con una specialità dichiarata: «Il mio piatto forte è l’amatriciana».
Il progetto della Club House e del Museo è profondamente legato al territorio di Artena. «Sono artenese da sette generazioni, da sempre», spiega Americo Talone. «Amo la mia realtà e sono consapevole che possa crescere solo se ci sono persone che si danno da fare». Il rugby diventa uno strumento di valorizzazione e apertura: «Trovo nel rugby, e nel Museo, la possibilità di far conoscere Artena fuori dai suoi confini, mi ricorda quanto mi ha insegnato mio nonno». Un impegno portato avanti in maniera volontaria: «Lo faccio volentieri, in maniera disinteressata. Lo si fa per il terzo tempo, ci dà la possibilità di riscattare un paese che geograficamente è il fanalino di coda dei Castelli Romani e fanalino anteriore della Ciociaria, un comune cuscinetto ma con molte risorse e potenzialità». Artena è anche una realtà unica dal punto di vista storico e culturale: «È il centro storico pedonale non carrabile più grande d’Europa e nel periodo natalizio si svolge l’iniziativa “Artena città presepe”, con i presepi esposti nei locali abbandonati del centro storico, un’opportunità per tenere vivo un luogo dove non è sempre facile vivere e che non vogliamo far morire». Le iniziative del Museo del Rugby superano i confini locali: «Abbiamo ospiti dall’Argentina, dall’Inghilterra, ed è passata anche Portia Woodman-Wickliffe delle Black Ferns». Allo stesso tempo, le ricadute sul territorio sono concrete: «L’Artena Rugby Red Blu consente a circa 300 giovani di allenarsi e stare al campo a costo zero». Un modello che si regge sulla partecipazione: «Cosa chiediamo in cambio? Sostegno da parte dei genitori e della cittadinanza. Quanto avvenuto stasera ne è l’esempio: si cucina, si organizza il servizio e si pulisce quando l’evento è finito per garantire a chiunque, il giorno dopo, di visitare il Museo che la sera prima ha ospitato 80 persone».
Per molte famiglie, il rugby è stato un percorso di scoperta graduale. Tiziana Fedeli racconta di non collaborare con il club da molto tempo, ma di essere entrata in questo mondo attraverso il figlio. «Gioca da circa dieci anni, ha conosciuto il rugby tramite la scuola e se n’è innamorato. Io devo ammettere che prima di entrare nella visione del rugby ci ho messo un po’: inizialmente non comprendevo la familiarità, l’unione che si crea tra le persone». Una visione maturata nel tempo: «Corrado Mattoccia ha cercato più volte di farci capire che, in fin dei conti, il rugby è proprio questo: è famiglia, stare insieme». Con la crescita dei ragazzi, cresce anche la rete tra i genitori: «Ora che è più grande e ogni domenica si gioca, siamo diventati una famiglia ‘allargata’ anche con gli altri genitori: ci si aiuta nella quotidianità, anche solo per la gestione degli spostamenti o per il supporto reciproco quando i ragazzi passano momenti di crisi». Un’esperienza che Tiziana consiglia anche a chi non conosce questo sport: «Consiglierei a chiunque di avvicinarsi allo sport, qualunque tipo di sport. Nel caso del rugby, anche semplicemente venendo allo stadio per vedere una partita, c’è un clima fantastico». Un’impressione confermata da chi si avvicina per la prima volta: «L’anno scorso siamo venuti all’Olimpico con degli amici: uno di loro mi ha detto “è lo sport che mi piace e che spero facciano i miei figli”». «Il rugby è questo – conclude – unisce, ed è una realtà che capisci davvero solo quando ci stai dentro».
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