racconto a cura di Andrea Nalio e Alberto Guerrini
Questo è un racconto riempito da tante storie. È un cammino sospeso nel tempo dove amicizia e rivalità, gioie, delusioni, tragedie si intrecciano al ritmo di placcaggi, passaggi, calci di rimbalzo.
In Italia, non c’è partita di rugby più giocata di Rovigo-Petrarca. Rovigo, la campagna, un ambiente rurale e agricolo sfida Padova, ecosistema solenne e accademico. Agli antipodi, persino i colori: rossoblu contro tuttineri. Due società, due territori all’apparenza così distanti, e invece simili e che si specchiano nell’unica lingua d’acqua che li separa, l’Adige.
Eppure è un altro il fiume che per primo consacra la rivalità tra i due club. È il 1951. Il Po rompe in Polesine, Rovigo è evacuata e al rugby non pensa più nessuno. I rossoblu (o celesti, come venivano chiamati al tempo per via del colore della maglia) sono già campioni d’Italia in carica ma tutto è sospeso. Il campo del Tre Martiri diventa un accampamento per i mezzi di soccorso.
Da Padova allora tendono una mano. Giochiamo. Petrarca-Rovigo Solidarietà, raccolta fondi per aiutare i rivali in difficoltà. Si gioca prima di Natale, ma del risultato non frega niente a nessuno. Sarà derby della rinascita una partita che, agli albori della sua storia, è raccontata ancora solo come derby regionale. I giornalisti azzardano un galà del rugby venetose è vero che in gioco non c’è solo un risultato sportivo ma anche la rivendicazione delle proprie radici, l’orgoglio di appartenere a una comunità. Fratel Fiocchi era l’anima dell’Antonianum, casa del Petrarca, angelo custode dei giocatori ai quali sistemava i tacchetti degli scarpini e insieme a Regina ne rammendava i pantaloncini. Se il ritorno a casa della squadra era a notte fonda, un piatto caldo per i giocatori non mancava mai.
Per il sale, chiedere a Pietro, avversario, massaggiatore e fattucchiere della Rugby Rovigo che lo spargeva nell’area di meta avversaria prima delle partite. Porta sfiga, diceva. E poco importava che quaranta minuti dopo quel rettangolo verde l’avrebbe difeso il Rovigo. Petrarca-Rovigo è anche una questione tra santi: Antonio per i patavini, Bortolo per i rodigini; San Bortolo, il quartiere più ovale della città perché in Polesine non c’è una zona che ha cresciuto più rugbisti. Uno di loro è Mario, di cognome Battaglini.
Da piccolo lo chiamano Macistin perché piccolo, Mario, lo è solo di età. Piccolo tra i grandi. Grandissimo tra i grandi. Se ne va in guerra, poi torna. Se ne va in Francia, poi torna. Perché Rovigo è sempre Rovigo. Vince e stravince, da giocatore e allenatore. Poi va al Petrarca, non vince e allora torna, ancora una volta. Lo si trova al Bar Luce a giocare a carte, al cinema. Diventa bidello e alle elementari tutti i bambini hanno un eroe in più. Poi la vita se lo porta via e Rovigo gli dedica lo stadio. Se vi capita di passare da quelle parti, vedrete la sua faccia campeggiare su una tribuna colorata di rossoblu. Accanto a lui, un’altra leggenda della palla ovale rodigina e nazionale: Isidoro Quaglio.
Ex Corazziere, ex canottiere, gioca in seconda linea ma quando il dovere chiama, si sposta in prima a combattere. Il petrarchino Pasquale Presutti, che in prima linea ci gioca davvero un giorno dirà dell’avversario: ‘Il cuore grande che aveva Doro’. Grande quanto l’emozione che Padova regala al derby e all’Italia intera un pomeriggio di maggio del 1977. Ultima giornata, il Rovigo è in testa. Il Petrarca ha una munizione sola per tenere vivo il campionato. Lo stadio Appiani è riempito da 18.000 persone.
Mai, prima di allora, una partita di campionato ne aveva viste così tante insieme. Non succederà più. Davanti a quello spettacolo, Presutti si commuove. Poi però in campo è lotta vera e i tuttineri trafiggono i rivali di sempre. Spietati. Glaciali. Si va a Udine, allora, per uno spareggio che profuma di rivincita. E vince ancora il Petrarca. Rovigo perde partita, scudetto e un tifoso, fulminato in tribuna durante il temporale che accompagna i titoli di coda della giornata. L’alba di un nuovo decennio non cambia le dinamiche del rugby italiano e se il Petrarca domina il cuore degli anni Ottanta, c’è sempre un Rovigo pronto a rovinargli la festa. Succede nel 1988 quando, oltre a uno straordinario zoccolo duro autoctono, autentico, verace, tuttineri e rossoblu schierano in campo anche i due rugbisti più formidabili del pianeta: David Campese e Naas Botha. Australiano il primo, già in Italia da bambino con la famiglia, che elude un giorno per provare un trattore parcheggiato alla fattoria. Abbatte un muretto e capisce presto che gli ostacoli è meglio aggirarli: da giocatore, lo farà per tutta la carrieramentre sfugge agli avversari perché un’ala così, ondeggiante e implacabile, non la prende nessuno. Botha invece viene dal Sud Africa, impantanato nel dramma dell’apartheid. Non si era mai visto in campo un mediano di apertura così intelligente.
A lui piace calciare e prima ancora di trasferirsi in Polesine, se ne va a Dallas a giocare a football americano. ‘Datemi Naas e conquisterò il Mondo’, dirà un giorno il suo ex allenatore in Nazionale, Danie Craven. E infatti con lui Rovigo conquista. Sottomette avversari e torna campione. Colonna sonora di questa straordinaria macedonia di emozioni è la musica scandita in tribuna. Tifosi, rivali, solo per ottanta minuti perché le Ombre Nere, sostenitori sponda Padova, crescono anche grazie al sostegno e ai consigli dei nemici, le Posse Rossoblu. Un rapporto maturato all’alba di uno dei risultati più inaspettati e rocamboleschi della storia del rugby italiano.
Maggio 2011.
Rovigo ospita la finale di un campionato dominato. Aspetta il Petrarca – chi altri – e già festeggia. Da Padova non si piegano. Arrivano al Battaglini e conquistano. Delitto perfetto, scudetto. Rovigo non ci crede. Padova sì, eccome. A guidare quel gruppo di uomini è Pasquale Presutti, il cuore colorato di nero. Rovigo saluta la stagione a tavola, un giorno dopo. Si ritrovano tutti all’Hotel Petrarca, in provincia di Padova. Rovigo-Petrarca non finisce veramente mai. Ma non è il risultato, non è una partita a definire cosa Petrarca-Rovigo significhi veramenteper la sua gente. Non solo, almeno. È la camminata dai Colli in pianura di chi, perso derby e scommessa, non si sottrae davanti alla promessa fatta; è un calice alzato in onore di uno scudetto, insieme agli amici e davanti a svariate damigiane che l’oste, per l’occasione, ha messo a disposizione della città. È uno striscione appeso alle balaustre dello stadio, una bandiera, una targa affissa nei sottoportici del centro ad applaudire un trionfo. Persino un albero, piantato a Padova per omaggiare i tricolori dei patavini.
O una cravatta che Memo Geremia, anima petrarchina, regalava ai compleanni dei suoi ragazzi; a Rovigo, le cravatte, le hanno scelte per omaggiare i propri centurioni.
Rovigo-Petrarca è un cammino che non termina oltre una linea di meta, ma continua, travalica il significato di incontro sportivo e si mescola, si confonde, alle dinamiche quotidiane di un territorio che, nel rugby, trova la propria essenza più pura.
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