UN GIORNO DA PECORE NERE Print
Impegno Sociale
Tuesday, 11 February 2020 14:00
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pecore nereDi David Lubrano.

Due squadre schierate in mezzo al campo. Da una parte tredici uomini con indosso la maglia azzurra con lo scudetto tricolore in bella mostra sul petto. Dall’altra, altri tredici uomini stretti in maglie biancorosse. In mezzo una palla ovale.

Nel sabato della prima giornata del Torneo del 6 Nazioni questa potrebbe essere l’immagine del calcio d’inizio dell’incontro tra Galles e Italia. Ma non siamo al Sei  Nazioni. Si sta per disputare la quarta giornata del campionato Old, torneo di rugby  riservato a giocatori over 35 fino all’età che “uno ce la fa a stare in campo”.

Il terreno di gioco dove sono schierate le due squadre non è l’avveniristico Millenium Stadium di Cardiff. E’ il campetto da calcio malconcio della Casa Circondariale di Livorno.  Anche questo ha un fondo di colore verde ma al posto dell’erba gallese perfettamente curata, c’è un rivestimento in sintetico usurato dagli anni che se cadi a terra è come passare sulla carta vetrata.

Neanche le squadre sono quelle che sembrano. I giocatori con la maglia rossa non sono i Dragoni gallesi.  Sono i Ribolliti, formazione Old  legata al Firenze Rugby 1931. Gli altri indossano la maglia azzurra della Nazionale donata dalla Federazione Rugby ma il colore che portano dentro è un altro. Sono le Pecore Nere, la formazione composta  dai detenuti del carcere di Livorno allenata da Manrico Soriani, Michele Niccolai allenatori dei Lions Amaranto e Mario Lenzi

Solo questo potrebbe rappresentare un affascinante parallelo di una giornata di sport.

 

Ma c’è dall’altro.  

Come all’Italrugby servirebbe un miracolo per strappare punti ai vincitori di 39 edizioni del Six Nation, così anche  le Pecore Nere, per vincere contro i Ribolliti, dovrebbero compiere un’impresa, una di quelle da raccontare ai nipoti. I fiorentini sono infatti primi in classifica e sono considerati tra i favoriti per la vittoria del  torneo.

E’ vero che qualcuno dei Ribolliti è sicuramente in su con l’età. Altri sono in su con il peso mostrando pance che sembrano esplodere da un momento all’altro sotto maglie troppo attillate. Altri ancora mostrano vistose fasciature che cercano di porre un qualche rimedio a ginocchia malconce. Però sono tutti ex rugbisti, gente che ha un passato nel rugby, che sa cosa vuol dire tenere in mano una palla ovale. L’esatto contrario delle Pecore Nere che nella loro vita hanno maneggiato cose poco legali, che forse è meglio non sapere, ma di sicuro non una palla da rugby. Qualcuno di loro non sapeva neppure che cosa fosse questo sport prima d’intraprendere questa avventura. Il rugby adesso invece è diventata la loro ragione di vita. L’allenamento settimanale con Manrico, Michele e Mario, è come una visita dei familiari. La partita al sabato si può paragonare all’uscita in permesso premio, che molti di loro però non otterranno mai.  I commenti post partita sono l’argomento di conversazione preferito tra i detenuti durante la settimana. Questo ha contribuito a creare un clima più sereno nella sezione che ha contagiato anche i soggetti più problematici. E tutti ne sono più felici, in primis le guardie carcerarie.

Le due squadre intanto si sono schierate. L’arbitro fischia. L’incontro può  cominciare.

A quell’ora a Cardiff la partita tra Galles e Italia  invece deve ancora cominciare ma gli spalti del Millenium Stadium saranno ormai gremiti.

 75 mila tifosi sono pronti a spingere i propri beniamini sulle note di Hen Wlad Fy Nhadau, l’inno gallese che viene intonato ad ogni partita.

Le Pecore Nere, per ovvie ragioni, giocano tutte le partite in “casa”. Non si può dire però che il fattore campo sia a loro favore. Gli unici incitamenti che si sentono sono quelli tra i giocatori in campo. Gli spalti del campo della Casa Circondariale sono deserti ma sicuramente dietro le finestre con le sbarre che si affacciano sul campo ci sarà chi fa il tifo per i propri compagni di cella.

Per chi non ha mai messo piede in carcere l’aria che si respira è davvero strana, quasi surreale. Il campo è circondato da un’alta recinzione metallica ma a differenza dei gabbioni degli stabilimenti balneari livornesi dove si gioca a calcio d’estate, qua dentro, una volta entrati, non si può più uscire. Una guardia carceraria, prima dell’inizio della partita, per motivi di sicurezza, provvede a chiudere il cancello a chiave dall’esterno e a quel punto se a qualcuno scappa la pipì può farla soltanto dietro la tribuna.

Torna alle mente un film degli anni 70 Quella Sporca Ultima Meta. La storia era ambientata in un carcere dove la squadra dei detenuti, capitanata da un ex stella del football intrepretata da Burt Reynolds, giocava una partita contro le guardie carcerarie.  La loro motivazione di vincere quella partita era dettata dalla rivalsa contro i soprusi di un direttore aguzzino. La storia qua è diversa. Il direttore del carcere Mazzerbo è il primo tifoso delle Pecore Nere, una squadra che grazie al suo appoggio partecipa a un vero campionato, con tanto di tesseramento agli Amatori Toscana Rugby.

La partita comincia e sembra proprio che sia proprio la giornata giusta per l’impresa.

Il primo tempo finisce infatti per due a mete a zero per le Pecore Nere. L’intervallo dura troppo poco perché i ragazzi in maglia azzurra possano godersi quel momento. Al ritorno in campo i Ribolliti accorciano subito le distanze, riprendono coraggio e mostrano come non ci stiano affatto a perdere una partita che pensavano di poter vincere agevolmente. Ma neanche le Pecore Nere ci stanno a perdere. Inevitabile che a questo punto cresca il nervosismo da entrambe le parti. Dopo i primi scontri un po’ pesanti, sorge spontanea una riflessione. In campo da una parte ci sono 13 detenuti, dall’altra, 13 uomini incavolati neri per una partita che sta sfuggendo loro di mano. Cosa potrà succedere quando l’ossigeno comincerà ad esaurirsi e le menti ad offuscarsi?  

Il rugby è spesso considerato erroneamente uno sport violento. Di sicuro ci sono contatti duri, non mancano colpi che lasciano il segno ma innanzitutto c’è il rispetto per chi si ha di fronte.

I ragazzi delle Pecore Nere dimostrano di come lo spirito del rugby si sia impossessato di loro. Lottano, combattono ma sempre nei limiti della correttezza. Sanno che possono farcela perché la loro spinta interiore è superiore a quelli degli avversari. Nella loro vita hanno perso tutto, o quasi. Non possono permettersi di perdere anche questa partita.

Con le facce stravolte dalla fatica di chi può allenarsi solo un’ora alla settimana, gli azzurri si avventano su ogni pallone così con tanta foga che alla fine due compagni di squadra si danno una zuccata in una mischia. Il sangue zampilla da un naso di uno e scorre dalla nuca dell’altro. La dottoressa corre immediatamente in campo e mette una “toppa” a entrambi. Già, perché in questa partita così particolare non poteva mancare un altro aspetto curioso. Come medico a bordo campo c’è una donna verso la quale i ragazzi in maglia azzurra si rivolgono con una gentilezza d’altri tempi. L’abnegazione e il sacrificio delle Pecore Nere vengono premiati. Il capitano azzurro intercetta un passaggio sbagliato degli avversari e s’invola da solo verso la linea di meta.  3 a 1! Mancano pochi minuti che sembrano non passare mai. Gli allenatori Manrico, Michele e Mario non riescono a stare fermi. Fanno avanti e indietro solcando letteralmente la linea laterale.

L’arbitro fischia la fine e per le Pecore Nere è vittoria. Una vittoria di tutti. Dei ragazzi in campo che non hanno mai mollato. Degli allenatori che hanno creduto in loro creando una squadra dal niente. Della Federazione Rugby che ha sostenuto l’idea. Della direzione carceraria che si è dimostrata disponibile a un’iniziativa del genere , ma soprattutto degli Amatori Toscana Rugby ,l’associazione  che si occupa di rugby nel sociale fondata dalla una vecchia gloria del Cecina Arienno Marconi, che fin dall’inizio ha supportato economicamente e moralmente questo progetto. Una scommessa vinta dopo essere nata tra mille perplessità. Ma anche una vittoria  dei Ribolliti e le altre squadre toscane partecipanti al torneo che hanno dato il loro contributo al progetto.

Quella che si respira nel “gabbione” è felicità allo stato puro.

Le Pecore Nere continuano ad abbracciarsi, a battersi pacche sulle spalle e darsi il cinque. Il rugby ha regalato a queste uomini un momento di felicità che chissà da quanto tempo la vita non gli riservava.

Nelle loro esistenze hanno commesso di sicuro molti errori ma non certo quello di avere iniziato a giocare a rugby. Qualcuno di loro ha addirittura scoperto di essere bravo a placcare e ad aprire alla mano e spera di trovare una squadra quando uscirà alla fine della pena.

I tre allenatori, ex rugbisti della vecchia scuola cresciuti con la filosofia del “fango e sudore”, cercano di nascondere l’emozione. Inutilmente, perché si vede benissimo che hanno gli occhi lucidi.

Come nella tradizione del rugby a questo punto non può mancare il Terzo Tempo, il momento in cui le due squadre si riuniscono per mangiare e bere assieme, mettendo da parte tutte le tensioni che ci sono state sul campo.

I ragazzi delle Pecore Nere che non sono scesi in campo, portano i tavoli e allestiscono un buffet sotto gli spalti. Su ogni piattino di plastica c’è un arancino, un hot dog e un bombolone alla crema, le cui dimensioni danno poche possibilità  di riuscire a mangiare qualcosa anche a cena. Tutte queste prelibatezze non sono arrivate con un servizio catering. Ogni arancini, hot dog e bombolone sono stati rigorosamente preparati a mano dalle otto del mattino dal detenuto-cuoco, che li ha cucinati sui fornellini da campeggio che i detenuti tengono nelle celle. 

Le guardie carcerarie si avvicinano al cancello del campo recintato con le chiavi in mano. Hanno un sorriso sulle labbra. Ormai sono diventati sostenitori silenziosi di questa squadra e lo dimostrano dando una mano ogni volta che ce n’è bisogno. Il cancello si apre. E’ il segnale che è ora di andare. Gli allenatori riuniscono i propri giocatori per un ultimo discorso al centro del campo prima che facciano rientro nelle loro celle.

E l’Italia quanto starà? Quando usciamo dal carcere gli azzurri sono già scesi in campo a Cardiff da almeno venti minuti. Fino a quel momento nessuno ha potuto vedere il risultato perché non si possono portare i cellulari dentro l’istituto. Una volta fuori, si accendono gli smartphone e il punteggio che appare sul display non è confortante. 

Il XV del nuovo CT Franco Smith è già sotto 14-0. Il  42-0 finale sarà anche più deprimente.

 L’Italia è alla 23sima sconfitta consecutiva al Sei Nazioni. Nessuno si aspettava che potesse vincere con il Galles ma il divario di punti è l’ennesima delusione di questi ultimi anni. Per fortuna che questa volta ci sono stati altri “azzurri” a farci provare bellissime emozioni.