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Mercoledì 25 Novembre 2020 14:07

 

itavfra2011bergamircoLA RIMONTA AZZURRA CHE VALSE IL TROFEO GARIBALDI

Di quel dodici marzo del duemilaundici, chi sedeva appollaiato sugli spalti del Flaminio o si tormentava le unghie davanti alla televisione, ricorda soprattutto fotogrammi.

Cinquanta minuti e trentaquattro secondi sul cronometro: Nick Mallett, CT sudafricano dell’Italrugby, abbandona il posto in tribuna stampa, scende le scale verso il campo, chiama a sé Sergio Parisse, che quattro anni prima ha nominato capitano.

La Francia ha appena allungato sul 18-6, avviata verso la prosecuzione di una serie positiva che gli Azzurri hanno interrotto solo una volta, nel 1997 a Grenoble, crocevia della storia del rugby italiano. 

Non ci sono microfoni a catturare il rapido conciliabolo tra l’ex allenatore degli Springboks ed il capitano azzurro, pochi secondi che le telecamere mandano una manciata di secondi dopo la meta di Parra che sembra aver scavato il divario, consegnando ai galletti l’ipoteca sul match.

Sergio svelerà il retroscena qualche tempo dopo: “Nick disse di insistere col nostro gioco. Una crepa nel loro approccio, qualcosa che aveva fiutato lui, che stavamo fiutando noi”

Per chi c’era, il ricordo di quegli ultimi venticinque minuti è offuscato dall’ottovolante di emozioni, con Mirco Bergamasco che sbaglia due volte il piazzato del 9-18, l’Italia che sembra destinata a scivolare verso una nuova delusione. 



Cinquantottesimo minuto: l’onda azzurra che monta, “Mozzarella” Semenzato che manda in meta Masi. Il minore dei fratelli Bergamasco che registra la mira e non sbaglia più un colpo mentre là davanti, in prima linea, Castrogiovanni, Ghiraldini e Perugini fanno passare un brutto quarto d’ora a Marconnet, Guirado e Ducalcon. 

L’energia del Flaminio diventa l’uomo in più. Sessantaseiesimo minuto: anche quando Parra fa respirare la Francia, riportandola sul 16-21, sembra che l’inerzia percepita da Mallett penda dalla parte italiana. 

Vittorio Munari, che insieme ad Antonio Raimondi commenta la partita su Sky Sport, conferma senza saperlo il Nick-pensiero quando - sessantotto minuti e ventotto secondi - Andrea Masi accelera per  rilanciare l’attacco italiano: “Sai che c’è solo una squadra in campo?”.

Sessantanove minuti e cinquantasette secondi. Nel Flaminio quasi congelato il “puff” che accompagna l’impatto dello scarpino da gioco di BergaMirco sul pallone dalla piazzola precede di qualche secondo una nuova esplosione del pubblico.

Settanta minuti precisi: palla in mezzo ai pali, 19-21 e dieci minuti da giocare.

Al settantaquattresimo Mirco torna sulla piazzola e sa che non può sbagliare, che può essere l’unica opportunità buona. Quella di una vita. Palla che passa in mezzo ai pali, diversi mancamenti sugli spalti, i piedi dei trentacinquemila appassionati ad passo dal colpo apoplettico che pestano sulle strutture mobili che ampliano la capienza dello Stadio dedicato al Grande Torino. 22-21.

Settantottesimo minuto: “Mamma che bolgia” dice Munari. Mamma che bolgia, il Flaminio che canta l’Inno di Mameli attaccato a quel punticino di speranza mentre la Francia attacca all’arma bianca, alla ricerca di un piazzato per ribaltare il risultato. 

Settantanove e cinquantanove: Nick Mallett, impietrito, braccia conserte sulle scale della tribuna mentre Parra inserisce il pallone nell’ultima mischia della partita, Andrea Masi viene eletto Man of the Match ma rischia di non contare, di non servire a nulla.

Ottantuno e dieci: Nick scende in campo mentre Lawrence, l’arbitro, ordina il reset della mischia.

Harinordoquy si stacca dalla base palla in mano, carica verso i ventidue italiani, vuole la punizione. Paul Derbyshire gli si attacca ai garretti, lo mette giù. “Non la tengono. Non la tengono questa palla” ulula Munari.

Ottantunesimo e cinquantanove secondi. “E’ rubata”, esala Raimondi. Fischio finale. 

E quello che succede dopo, per una manciata di minuti, non se lo ricorda nessuno. 

 

 

 

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